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Da:
Davide Gianetti
Data:
16 Marzo 2004 |
I
recenti attacchi terroristici a Madrid ad opera degli islamisti di Al
Qaeda ripropongono, fra le altre cose, l’angoscioso dilemma che la
società europea si trova a dover affrontare da almeno 30 anni a questa
parte. Il progetto di Bin Laden, infatti, di scatenare un’offensiva
senza precedenti contro gli “infedeli crociati” dell’Occidente può
contare sul sostegno, come appurato dalle indagini effettuate a partire
dalla fine degli anni ’90 ad oggi, di numerosi cittadini musulmani
appartenenti alle comunità arabe, e non solo, presenti sul territorio
europeo. Sotto questo profilo occorrerebbe dunque interrogarsi sugli
esiti - culturali e sociali, non quindi di semplice ordine pubblico -
tutt’oggi l’esistenza di robuste comunità etniche del tutto aliene, per
storia, cultura, tradizione e religione, al comune sentire occidentale
che si strutturano peraltro secondo regole e criteri
propri sembra smentire,
di fatto, qualsiasi prospettiva assimilazionistica o integrazionista
data per scontata dalle politiche sociali attuate durante tutto questo
periodo dalla classe dirigente europea.
Lungi dall’essere considerato una degenerazione distorta e strumentale
della religione coranica, il richiamo tribale e fanatico che l’islam in
versione binladista esercita sulle comunità musulmane d’Occidente non si
limita a sedurre esigue e marginali fasce delle comunità arabe europee
laddove il suo crescente fascino conquista le nuove generazioni di
immigrati, quelle nate e cresciute in Europa, sulla carta ormai
teoricamente assimilate agli usi e costumi occidentali. Da questo punto
di vista assistiamo ad una radicalizzazione, in chiave
ideologico-politica, del messaggio religioso islamico che si pone come
irriducibile e implacabile antagonista del modus vivendi
occidentale, giudicato corrotto e dissolutore e quindi meritevole di
essere annientato. La guerra in Afghanistan e in Iraq, le scelte
dell’amministrazione Bush, la questione israelo-palestinese diventano
allora importanti detonatori del malessere arabo solo nella misura in
cui essi assolvono alla funzione di alibi storico-politico per
un’operazione di smantellamento dell’Occidente che si svolge
indipendentemente dalle congiunture internazionali e la cui natura è
prettamente ideologica, di scontro cioè fra due sistemi valoriali
diversissimi fra loro, competitori entrambi in una sfida epocale la cui
posta in gioco sarà l’egemonia politica e religiosa di buona parte del
pianeta. Quando negli anni ’60 e ’70 del novecento la quasi totalità
dell’intellighenzia nostrana ha sostenuto la tesi secondo la
quale le difficoltà di integrazione di assimilazione percepite dagli
immigrati di origine araba sarebbero lentamente scomparse con il passare
del tempo, non ha tenuto nel debito conto l’importanza decisiva di un
fattore come la diversità culturale che in certe popolazioni si
struttura in modo competitivo ed aggressivo misurandosi ed opponendosi a
quella autoctona, specialmente se quest’ultima viene considerata
inferiore perché foriera di corruzione morale e spirituale, indegna e
decadente, in definitiva portatrice di (dis)valori incompatibili con la
propria visione del mondo.
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| Questo tipo di percezione, invece di
estinguersi o quantomeno di diluirsi con il trascorrere dei decenni, si è al
contrario acuita formando un tenace impasto ideologico dal quale traggono
nutrimento dottrinario i sostenitori della jihad, i teorici del
radicalismo islamico e gli aspiranti kamikaze. L’utopia di una assimilazione
dolce e indolore che la società occidentale avrebbe compiuto a beneficio o
ai danni delle differenti culture radicatesi in Europa come conseguenza dei
flussi migratori, si è rivelata un tragico abbaglio. L’illusione cioè che la
forza centripeta sprigionata dal pensiero occidentale nei confronti di
antiche e millenarie civiltà - come appunto quella islamica - avrebbe
sortito l’identico risultato verificatosi in Africa o in America Latina, è
stato certamente l’errore più grave commesso dalle elites
intellettuali, politiche ed economiche dei Paesi occidentali. Ciò è stato
possibile anche grazie alla sopravvalutazione del fattore economico che
avrebbe dovuto, in teoria, uniformare e cementare le diverse comunità
allogene nella direzione di un unico e indistinto modello sociale,
nell’ottimistica convinzione che un benessere ampio e generalizzato avrebbe
relegato in secondo piano gli eventuali punti di attrito di natura
etno-culturale, religiosa e identitaria. Ancora oggi molti intellettuali e
opinionisti, specie di area marxista o liberale, insistono nell’accreditare
la precarietà economica nella quale vivrebbero i più fanatici islamisti
quale brodo di coltura nonché causa prima del rancore, dell’odio e del
furore religioso che troverebbero poi un logico e inevitabile sfogo nel
terrorismo omicida. Pur divergendo nelle misure da adottare (libero mercato
piuttosto che assistenzialismo terzomondista), ambedue le due scuole di
pensiero auspicano un’emancipazione economica delle società islamiche nella
certezza che una volta raggiunto un determinato livello di benessere
materiale le ragioni più intime e profonde alla base della scelta
terroristica verrebbero automaticamente meno.Si tratta in tutta evidenza di
una distorsione ideologica che non tiene conto della realtà:gli ambienti e
gli esponenti del terrorismo islamico quasi sempre non hanno nulla a che
fare con la povertà, la miseria o il degrado economico essendo i
propugnatori della guerra santa sceicchi miliardari e gli aspiranti kamikaze
individui benestanti, figli di liberi professionisti, con un livello di
alfabetizzazione e di istruzione spesso eccellente. Costoro vivono per
lunghi anni a stretto contatto con l’Occidente e la sua mentalità imparando
tuttavia ad odiarlo dissimulando tale sentimento sotto una patina di
apparente integrazione e assimilazione. Le loro motivazioni più recondite
sono di ordine metafisico (“noi amiamo la morte come voi amate la vita”),
spirituale - per quanto ai nostri occhi possano apparire aberranti - e
rimandano a passioni, stati d’animo, certezze ultramondane che esulano dal
contesto economico (spesso anzi sconfessandolo) e la cui funzione
totalizzante rimane per noi moderni occidentali incomprensibile, illogica,
irrazionale. Fino a quando le società occidentali non avranno preso
coscienza dell’irriducibile alterità che separa due modi di vivere, pensare
e morire così diversi, così incomunicabili, così non ricomponibili, il
terrorismo islamico godrà sul lungo termine di un vantaggio psicologico - a
fronte di un dispositivo militare nemico imponente e superiore -
probabilmente decisivo.
Davide
Gianetti |
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