ItalianiLiberi, 2 Novembre 2000

Costituzione europea e nazionalità
Non confondiamo la Costituzione con la democrazia né il nazionalismo con il principio di nazionalità

DI GIORDANO BRUNO GUERRI
 

Sulla prevista Costituzione europea ci saranno gravi problemi da affrontare perché, ad esempio, la Gran Bretagna non ne ha una, non l'ha mai avuta e la sua antichissima democrazia ha funzionato meglio che altrove: certamente meglio che in quei Paesi - Germania, Italia, Spagna - dove nel Ventesimo secolo la presenza di costituzioni democratiche non ha impedito l'affermarsi di dittature. Si rischia un ulteriore divaricamento del doppio binario europeo: Paesi membri che dell'Europa accettano tutto (euro, Costituzione) e altri che, già fuori dall'euro, potrebbero rigettare anche una carta fondamentale dell'Unione.

Ammesso che questo scoglio sia superabile, ci dobbiamo chiedere se una Costituzione comune può essere utile non tanto all'Europa quanto ai suoi cittadini. Le formule possibili di carta costituzionale sono sostanzialmente due. La prima prevede una "legge suprema" molto ampia e dettagliata, che vincoli fino ai particolari non solo le leggi e le iniziative dell'Unione, ma anche quelle dei singoli Paesi membri. La seconda formula è quella di una generica dichiarazione di intenti, nobile quanto vaga e di scarsi effetti.

La Costituzione italiana, ad esempio, è un misto fra le due: da un lato rigida al punto da non poter essere quasi cambiata neanche con gli sforzi immani e inani che ben conosciamo, e tale da frenare - ormai - la trasformazione e la crescita del Paese. D'altra parte è anche un insieme di buoni sentimenti, nobili intenzioni e vuota retorica. (Bastino due articoli, quello mitico che la apre, sulla "Repubblica democratica fondata sul lavoro", e il 32: "La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell'individuo e interesse della collettività, e garantisce cure gratuite agli indigenti.")

Se una Costituzione fatta di ideali irraggiungibili è del tutto inutile all'Unione Europea, ai suoi abitanti e al mondo intero, quella fatta di norme rigide e vincolanti può essere solo dannosa, perché porterà al trasferimento di ulteriori poteri nazionali all'Unione e a stabilire norme valide per tutti, inaccettabili - se non con tremende forzature - per Paesi che hanno tradizioni politiche o organizzative tanto diverse. In confronto, le norme che finora ci hanno fatto un po' ridere e un po' sdegnare, come quelle sulla mozzarella e il cioccolato, ci appariranno rose e fiori.

Non sono dunque d'accordo con chi sostiene che l'Europa ha bisogno di una Costituzione che le dia piena legittimità democratica. Democrazia non significa aumento delle leggi, tantomeno di quelle, forti e "sacre", piuttosto significa una loro limitazione al minimo indispensabile: un Paese e una federazione di Paesi realmente moderni non hanno bisogno né di enunciazioni di principio né di regole vincolanti su tutto, ma al massimo di un "manuale di procedura" tecnico e ridotto al minimo. Va invece salvaguardato il principio di nazionalità piuttosto che organizzare l'Europa guidandola dal centro, sottoponendola a una burocrazia pianificatrice e riducendola a un blocco indistinto e privo di nazionalità.

E, sul principio di nazionalità, bisogna ormai aprire una discussione che liberi il concetto di nazione e i suoi derivati dall'ombra gettata su di loro dalle vicende del secolo scorso. Il principio di nazionalità non va confuso con il nazionalismo, teso all'esaltazione del primato e della potenza nazionale. Non è al nazionalismo fascista o al nazionalsocialismo che bisogna rifarsi, ma agli ideali di libertà e sovranità nazionale rivendicati dalla rivoluzione francese, di nazione intesa come comunità di sentimenti e di interessi. Rigettiamo l'idea della "solidarietà del sangue" con la sua matrice ideologica antidemocratica e imperialista che ha portato alle degenerazioni del nazionalismo, ma dobbiamo proteggere il concetto della libera appartenenza a una nazione che, in quanto tale, si regge sulla sua lingua, la sua storia, la sua religione, insomma sulla sua cultura. Se i nazionalismi fascisti hanno sciupato l'idea di patria fino a renderla quasi una parolaccia, non per questo ci dobbiamo vergognare di averne una e di volerla proteggere dall'azzeramento comunitario.

Un concetto evoluto di identità nazionale e di patria non significa neppure rinunciare alle autonomie regionali, anzi è proprio questa la sfida che l'Italia può vincere, con il lavoro fatto negli ultimi anni grazie alle spinte e alle provocazioni della Lega: l'Unità Europea non sembra in grado (né intenzionata) di mantenere le diversità, sulle quali passa con il rullo compressore dell'unità uguale per tutti. L'Italia è invece avanti sulla via di una fresca idea del decentramento, abbastanza da fornire all'Europa un modello di unità nella diversità, di protezione di ciò che ci accomuna e di valorizzazione di ciò che ci differenzia.

Proprio per fare fronte a una temibile futura Costituzione europea, sarebbe bello e necessario che l'Italia si desse - prima, adesso - una propria nuova Costituzione che mostri all'Europa un nostro modello di unità, federalismo e difesa delle nazionalità.

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