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Quello
che sconcerta maggiormente nel periodo di agonia dell’Occidente che
stiamo vivendo in maniera così rassegnata, è l’atteggiamento della
Chiesa Cattolica. E’ la Chiesa, infatti, a spronare sia i fedeli che i
politici verso il “dovere” dell’accoglienza, pur sapendo che coloro
che giungono appartengono in grande maggioranza alla religione
musulmana. I conti su questo punto sono presto fatti. Quando un
territorio viene invaso, già di per sé si trova in posizione di
debolezza. Tanto più questa debolezza si aggrava se, come succede in
Italia, i leader politici e religiosi difendono in tutti i modi gli
invasori condannando qualsiasi reazione nei cittadini, costringendoli
ad una coabitazione strettissima nel poco spazio iperpopolato che
possiedono. Inutile chiedersi come mai gli Italiani facciano
pochissimi figli: è uno dei sintomi più evidenti; non la causa ma la
conseguenza della morte cui sono stati condannati. Chi può desiderare
di avere un figlio se questi non potrà proseguire, testimoniare
l’esistenza del padre, la lingua, la religione, la cultura del padre?
Agli Italiani è stato tolto deliberatamente il futuro, la bellezza del
futuro e in questa bellezza era incluso il cristianesimo, quale che
fosse la loro frequenza ai riti religiosi, la loro osservanza dei
precetti e la loro fede nei dogmi.
La Chiesa non può non sapere che il “dialogo” di cui si è fatta
propugnatrice già dal Concilio Vaticano II significa la perdita
dell’assoluta novità portata da Gesù. Gesù è stato ucciso poco tempo
dopo l’inizio della sua azione. I suoi seguaci hanno potuto proseguire
la sua opera soltanto perché si sono trasferiti a Roma e perché a Roma
c’erano dei valori che coincidevano nel loro fondamento con quelli più
importanti affermati da Gesù. A cominciare dal primo: la forza della
parola. “La tua parola sia sì sì no no” dice Gesù. In tutto il mondo
antico soltanto i Romani possedevano un tale senso di rispetto per se
stessi e per gli altri da affidare la verità alla propria parola.
Discende da qui la rottura assoluta con l’iscrizione sul corpo della
propria appartenenza (la circoncisione): sono cristiano perché dico
di credere (di fatto nel battesimo l’acqua non è necessaria). Si passa
così alla libertà vera, quella in cui l’uomo è realmente uomo,
responsabile di sé e del mondo che lo circonda. Naturalmente - è
questo il trauma inferto da Gesù – se non si fa riferimento al corpo
tutti gli uomini sono uguali. Per prime le donne.
Come fa la Chiesa a non ricordarsi la gioiosa presenza delle donne
nei primi secoli del cristianesimo, libere dall’impurità, dal divieto
di parlare, con la testa alta ed i capelli al vento, felici di”
testimoniare” la loro fede in Gesù alla pari con i maschi perché
adesso la loro parola vale? Vale tanto che è come “testimoni” che
affrontano la condanna a morte lasciando sbalorditi i magistrati e la
gente che assisteva. Assisteva al loro coraggio ma anche e soprattutto
alla nascita di una cultura totalmente nuova. Non è forse per questo
che si diceva che i cristiani erano pazzi? Negli Atti dei martiri
Scillitani (il più antico documento della letteratura cristiana
latina) sugli undici condannati cinque sono donne. Nel corteo dei
Martiri rappresentato nei mosaici di Ravenna (VI secolo) ci sono venticinque
uomini e ventidue donne. Ma era stato Gesù a consegnare il suo
pensiero più alto e più difficile ad una donna con il suo “Dammi da
bere!”. Un dammi da bere travolgente che le donne, malgrado gli
innumerevoli torti che la Chiesa ha poi lungo il passare dei secoli
concretizzato contro di loro, non permetteranno che venga tradito,
cancellato.
Nessuno ha diritto di illudersi su questo: il “dialogo” significa
tornare all’Antico Testamento, eliminare la profondità dello sguardo
di Gesù sul mondo che lo circondava, la violenza con la quale rompeva
il “sacro”, i divieti del sacro, l’inutile ripetizione delle preghiere
che non possono far crescere neanche un capello di più sulla nostra
testa. Noi abbiamo fame e sete di giustizia e la giustizia non può
nascere negando la verità, negando la libertà dei cristiani a vivere
nel proprio territorio. Non sappiamo se sia già troppo tardi, ma è
necessario che da oggi non entri più nessuno in Italia, né con il
permesso né senza permesso.
Noi, le donne, io stessa, so che devo al primo gesto compiuto da
Gesù l’uguaglianza di cui godo oggi, il diritto a scrivere ciò che sto
scrivendo. Se il clero lo tradisce, se la Chiesa lo tradisce, io non
lo tradirò. Noi, le donne, non lo tradiremo. □
Roma, 31 luglio 2005
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